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Sarahah, anonimato in rete e bullismo

social media e web 2.0

Mi raccontano di questa app, Sarahah, che permette di commentare in forma, apparentemente, anonima chiunque. Aspetto negativo che deresponsabilizza. Difendersi è possibile, con una sana educazione alle emozioni.

DI COSA SI TRATTA

Qualche mattina fa al telefono una mamma mi racconta preoccupata di questa app.

Si chiama Sarahah e lo scopo che si porrebbe sarebbe aiutarti a scoprire i tuoi punti di forza e gli aspetti invece da migliorare attraverso “onesti” feedback dagli altri utenti.

RIFLESSIONE 1

Di primo acchito lo scopo sembra quasi buono, mi viene in mente quando qualche professore all’università ci dava modo di scrivere domande in forma anonima e lasciarle sulla cattedra, senza dover scrivere il nostro nome ci ponevamo ad esempio meno problemi sul fare brutta figura con una domanda di cui in realtà avremmo dovuto conoscere la risposta.

Rimanere anonimi per non avere timore di esprimersi…

 

RIFLESSIONE 2

Eccoci al punto cruciale. Da quello che dovrebbe essere motivo di libertà espressiva in senso positivo si scivola in realtà verso il pericolo della DERESPONSABILIZZAZIONE.

Questa app sembra un salto all’indietro nel tempo. Niente bei ricordi però. Anzi.

C’è stato un tempo in cui accedevamo al web con curiosità e diffidenza, reticenti a dire i nostri veri nomi, mascherati e anonimi usavamo dei nickname, usavamo anche degli “avatar” piccole icone per rappresentarci al posto delle nostre foto.

Oggi non è più così. Ci stiamo sempre più mettendo la faccia. La diffidenza si sta diradando, la conoscenza del mezzo sta prendendo piede, ci rendiamo, speriamo, sempre più conto delle potenzialità del mondo digitale, lo stiamo usando, lo stiamo vivendo, usiamo le nostre identità reali e diffidiamo di chi si nasconde del tutto dietro un’identità fittizia.

Perché?

Perché se non dici chiaramente chi sei, se non ci metti la faccia, io non riesco a creare un contatto onesto e sincero con te, allora tutto sfuma nell’indefinito e qui si rifà viva la diffidenza.

Sì, perché non è detto che il tuo commento a me debba essere necessariamente positivo, ma un conto è la critica costruttiva, che rimane in qualche modo rispettosa, un conto l’insulto basso, privo di senso, che ci si sente liberi di fare perché non so chi tu sia.

Dopo che una ampia schiera di persone hanno avuto il coraggio di esistere anche in questo nuovo mondo che ci è stato offerto, di chi non ci mette la faccia non ci fidiamo più, perché purtroppo chi non dichiara la sua identità tende a vivere la rete senza la responsabilità delle proprie azioni, tendendo a commenti estremi al negativo con maggiore facilità.

RIFLESSIONE 3

Questa app fa leva su impulsi primordiali, quelli che caratterizzano la folla, se vuoi approfondire l’argomento FOLLA ti invito ad ascoltare il mio PODCAST sul tema.

In poche parole ci toglie la responsabilità individuale, ci abbassa e livella a una sorta di “dagli all’untore” virtuale. Diventa, purtroppo, assai facile, seguire la scia e insultare, diventando prepotenti.

Sono lecite le preoccupazioni che alcune mamme negli ultimi giorni mi hanno comunicato sui risvolti “bullistici” di un’app del genere.

 

C’È UNA SOLUZIONE?

Alla base di tutto ci sono educazione alle emozioni, sensibilizzazione a ciò che prova l’altro, anche nella sua dimensione digitale, mondo con il quale le nuove generazioni si trovano immerse come nel mondo reale praticamente da subito.

Cosa insegniamo ai bambini riguardo il proprio sentire emotivo e il rispetto per le emozioni dell’altro nella vita reale?

Lo stesso dobbiamo fare per il virtuale. Non è una terra di nessuno dove procedere per tentativi ed errori, ormai non più.

Abbiamo la responsabilità di capire e trasmettere che si tratta di una fetta di mondo, che fa parte della nostra esistenza, che lo viviamo giorno per giorno e che le persone che incontriamo digitalmente vanno affrontate con la stessa sensibilità e lo stesso rispetto che useremmo con le persone nel mondo reale.

Conoscere le proprie emozioni, sapere che significato ha quel che proviamo, saperlo esprimere in maniera sana, riconoscere le emozioni anche nell’altro sono tutti aspetti fondamentali di una buona educazione alle emozioni che è la massima forma di prevenzione contro ogni forma di violenza.

Note finali.

1.
L’app non è negativa di per sé, ovvio che negativo è l’uso che se ne fa. Tuttavia, se un qualcosa è concepito in modo da essere potenzialmente molto pericoloso andrebbe modificato.

2.
Ho scritto nelle prime righe di questo post che in rete si è solo apparentemente anonimi, se ti interessa approfondire il perché dovresti leggere ciò che scrive in proposito Federica De Stefani nel blog del progetto LE REGOLE DELLA RETE.

3.

Se sei interessata ad approfondire il discorso dell’educazione alle emozioni iscriviti alla newesletter in cui scrivo di attività per parlare ai bambini di temi difficili:

 

4.

Puoi affrontare il tema del bullismo con i bambini con la favola di Smogomorfo

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